

La seconda tappa del ciclo di incontri “Rischi naturali e cambiamenti climatici: il partenariato esteso RETURN e il trasferimento delle conoscenze”, promosso da WaterFrontLab in collaborazione con la Fondazione RETURN si è svolta il 27 novembre presso l’Auditorium di ComoNext a Lomazzo. Un appuntamento che, dopo la tappa di Ecomondo, ha scelto di focalizzarsi sui territori lacustri e fluviali, tra i più esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. “Esiste un tempo nuovo delle emergenze. Quello che osserviamo è il cambiamento delle situazioni emergenziali per cui il tempo per intervenire e mettere in salvo le persone non c’è più”. Le parole di Mario Stevanin, disaster manager Lombardia, fotografano con chiarezza la sfida che i territori italiani si trovano ad affrontare nell’era dei cambiamenti climatici accelerati.
L’iniziativa nasce nell’ambito del progetto RETURN — finanziato dall’Unione Europea tramite il programma NextGenerationEU — e ha un obiettivo chiaro: far dialogare ricerca avanzata, istituzioni locali e mondo dell’ingegneria, creando strumenti concreti per aumentare la resilienza dei territori. WaterFrontLab, in questo percorso, svolge un ruolo centrale nel mettere in rete competenze istituzionali, tecniche e scientifiche, contribuendo a costruire un ecosistema nazionale di conoscenza e azione. “I territori sono vulnerabili a molteplici forme di eventi”, ha spiegato Gabriele Freni dell’Università Kore di Enna, tra i protagonisti del progetto RETURN. “Il cambiamento climatico ha tante sfumature, ma anche gli stessi fenomeni li trattiamo in maniera diversa a seconda del nostro background”. Una considerazione che sottolinea quanto sia fondamentale un approccio integrato e multidisciplinare alla resilienza territoriale.
L’incontro nel suo complesso ha visto l’alternarsi di ricercatori, manager dell’innovazione, amministratori locali e rappresentanti del mondo dell’ingegneria. Dopo i saluti istituzionali di Walter Pozzi di Confindustria Como che ha sottolineato l’importanza dell’innovazione e della ricerca. L’intervento di Ivan Parisi di ComoNext ha messo in evidenza proprio il ruolo degli incubatori per la crescita di un territorio grazie alla capacità di accogliere le energie più dinamiche. Quindi la mattinata ha sviluppato un percorso articolato che ha toccato tutti i nodi cruciali della resilienza territoriale.
Mita Lapi della Fondazione Lombardia per l’Ambiente era reduce dalla COP30 a Belem in Brasile nel suo intervento ha voluto ricordare quanto siano importanti le misure trasversali collegando qualità dell’aria e cambiamenti climatici. Mentre Matteo Pedaso di LAND Italia ha portato il suo contributo sull’adattamento ai cambiamenti climatici del paesaggio, ricordando che la resilienza non è solo una questione tecnica ma anche di qualità ambientale e paesaggistica portando lo straordinario esempio della riqualificazione e gestione del fiume Lura e soprattutto del suo parco. Un intervento quanto mai puntuale visto che il Lura scorre a poca distanza da ComoNext. Stefano Poliani del Digital Innovation Lab Lombardia si è concentrato sull’importanza dell’innovazione in tutte le attività di prevenzione e di gestione degli interventi, sottolineando come le tecnologie digitali possano essere alleate decisive nella costruzione di territori più resilienti. Eugenio Realini di GReD ha sottolineato l’importanza dei dati per la previsione e l’azione, ricordando che senza informazioni affidabili e tempestive non è possibile alcuna strategia efficace di prevenzione. Nicolò Castelnuovo di Relake-Proteus in chiusura ha discusso il tema strategico del ripopolamento della flora nei laghi, passaggio fondamentale per la salute degli ecosistemi lacustri sempre più sotto pressione mostrando la straordinaria figura del sommozzatore agricoltore.
Significativo l’intervento dell’ex direttore di Pedemontana, Umberto Regalia, presente tra gli ospiti, che ha evidenziato un cambio di paradigma necessario: “Una volta si parlava di fragilità del territorio. Ora serve un’assunzione di responsabilità generale”. Non basta più analizzare e mappare le vulnerabilità: serve un passo ulteriore che chiama in causa l’intera comunità – istituzioni, professionisti, cittadini – in un’ottica di responsabilità condivisa nella costruzione della resilienza. L’interconnessione tra rischi diversi — idrici, climatici, ambientali — ha guidato gran parte del dibattito, così come l’urgenza di integrare competenze che spaziano dall’ingegneria all’ecologia, dalla governance territoriale alla gestione quotidiana delle acque. Nel corso del convegno sono intervenuti amministratori locali, ricercatori, esperti di innovazione e rappresentanti del mondo dell’ingegneria. Sono state analizzate criticità emblematiche come l’emergenza del Seveso, la salute degli ecosistemi lacustri, la progettazione resiliente e l’importanza della qualità dell’aria nei processi di adattamento.
Ma è stato l’intervento del professore Francesco Ballio, della Fondazione RETURN, a tracciare una roadmap precisa per il futuro prossimo del progetto: “Il 2026 deve essere l’anno del trasferimento tecnologico e culturale delle ricerche, analisi e studi effettuati”. In particolare, nell’ambito delle acque, Ballio ha mostrato una piattaforma innovativa che raccoglie dati strutturali, metodologie, casi d’uso e servizi di calcolo: “Abbiamo dato vita a una piattaforma che accoglie le ricerche prodotte singolarmente, i dati strutturali – forse il bene più prezioso – le nuove metodologie elaborate, i casi d’uso più interessanti, servizi di calcolo e valutazione. Si tratta di una piattaforma di dialogo ma anche un’interfaccia da usare e da calare nel territorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico”. Un’infrastruttura digitale che promette di diventare il punto di riferimento per tradurre la conoscenza scientifica in strumenti operativi concreti, accessibili agli amministratori locali, ai tecnici, alle associazioni che quotidianamente si confrontano con la gestione del rischio idrogeologico.