

Un futuro che si materializza, il XVII Rapporto della Società Geografica Italiana ci restituisce una riflessione necessaria sulla trasformazione dei territori costieri italiani tra emergenza climatica, vulnerabilità strutturali e prospettive di adattamento. Un futuro che in molti non vogliono vedere. Gli scenari che la scienza climatica proietta davanti a noi sono paesaggi che si stanno materializzando sotto i nostri occhi, ridisegnando la geografia fisica e umana del nostro Paese. Il rapporto intitolato “Paesaggi Sommersi – Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani“, pubblicato nel 2025, rappresenta un contributo fondamentale per comprendere l’entità e la complessità della sfida che ci attende.
I dati emersi dal Rapporto delineano uno scenario di portata eccezionale: entro il 2050, il 20% delle spiagge italiane rischia di scomparire. Una percentuale che potrebbe salire al 45% entro il 2100, coinvolgendo quattro spiagge su dieci. Le regioni più colpite saranno Sardegna, Lazio, Friuli Venezia-Giulia e Campania, con implicazioni che vanno ben oltre la perdita di valore paesaggistico. L’impatto economico è quantificabile in circa 30 miliardi di euro entro il 2050 e 80 miliardi entro il 2100, cifre che testimoniano come la crisi climatica non sia soltanto una questione ambientale, ma una trasformazione sistemica che tocca ogni aspetto della vita sociale ed economica delle comunità costiere. Ancora più allarmante è la stima delle persone a rischio ricollocazione: 800.000 abitanti potrebbero dover abbandonare le proprie abitazioni per via dell’innalzamento del livello del mare e dell’intensificarsi delle inondazioni. Metà delle infrastrutture portuali italiane è già oggi esposta a rischio di inondazione, insieme a diversi aeroporti e a buona parte delle zone costiere anfibie, dalle lagune alle paludi.
Il Rapporto dedica ampio spazio all’analisi storico-geografica delle trasformazioni costiere italiane, una storia problematica fatta di scelte e non-scelte che pesano come un macigno sul presente e sul futuro. L’artificializzazione crescente dei litorali, il consumo di suolo spesso mal pianificato o del tutto abusivo, gli interventi a monte e a valle che determinano erosione e degrado ambientale: tutte dinamiche che hanno reso le coste italiane estremamente rigide e quindi inevitabilmente fragili. La trasformazione di un ambiente di transizione, naturalmente dinamico e instabile, in una “linea di costa” ha prodotto una vulnerabilità estrema rispetto a variazioni anche minime degli equilibri ambientali. Particolarmente significativo è il dato sul consumo di suolo costiero: la metà dell’intera lunghezza della linea di retrospiaggia in Italia è occupata da infrastrutture o insediamenti. Questo avviene nonostante la Legge Galasso del 1985 avesse tentato di impedire le nuove costruzioni nelle zone limitrofe alle coste, un intervento normativo coraggioso e lungimirante che risulta però largamente inapplicato.
Il Rapporto identifica le zone maggiormente a rischio attraverso elaborazioni cartografiche originali basate su dataset e modelli previsionali esistenti. L‘Alto Adriatico emerge come una delle regioni europee di gran lunga più esposte, coinvolgendo tutte e tre le regioni affacciate: Friuli Venezia-Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna. Nella zona è previsto un arretramento della linea di costa che si estende su tutto il Delta del Po, fino ai Colli Euganei e, nello scenario peggiore, addirittura a Ferrara. La provincia di Trieste risulta la più colpita tra tutte le province italiane entro il 2050, mentre Rovigo si colloca tra quelle più in pericolo per via dell’elevatissimo rischio di inondazioni del Delta del Po. In Puglia, una probabilità di inondazione caratterizza la costa intorno al Gargano, nell’area del Golfo di Manfredonia che si estende fino a Trani, includendo Barletta. Ulteriori zone a rischio includono diversi tratti della costa tirrenica tra Toscana e Campania, oltre alle aree di Cagliari e Oristano. Il caso della Sardegna merita particolare attenzione. Gli scenari prevedono che entro il 2100 sia il golfo di Cagliari sia quello di Oristano potrebbero trasformarsi in veri e propri arcipelaghi costieri. Nel golfo di Cagliari, dove si trova il Poetto, una delle spiagge cittadine maggiori d’Europa con i suoi 8 chilometri, la simulazione prevede la sommersione di un’area compresa tra 45 e 60 km², con una penetrazione del mare fino a 12 chilometri nell’entroterra. Nel golfo di Oristano, l’estensione delle aree sommerse è stata valutata tra 86 e 124 km², con un’ingressione marina fino a 10 chilometri, coinvolgendo quello che è oggi il maggior distretto agricolo dell’isola e il suo principale bacino cerealicolo.
Il Rapporto va ben oltre l’analisi della perdita di litorali sabbiosi, approfondendo l’impatto della crisi climatica su molteplici dimensioni territoriali ed economiche. Più del 10% delle attuali superfici destinate a seminativi e risaie è a rischio di inondazione, mentre i processi di salinizzazione accelereranno, imponendo complicate strategie di adattamento per l‘agricoltura costiera. Le infrastrutture portuali, i trasporti marittimi e le attività estrattive dovranno confrontarsi con scenari radicalmente mutati. I porti giocano un ruolo fondamentale non solo nell’economia ma anche nel dare forma ai paesaggi costieri, eppure le strategie di adattamento rimangono ancora largamente inadeguate, privilegiando interventi conservativi basati su opere rigide invece di approcci che “lavorino con la natura” per sfruttare la resilienza e la capacità naturale di adattamento dei litorali attraverso interventi di riallineamento e arretramento gestito. Le implicazioni per il settore immobiliare sono altrettanto rilevanti. La crisi climatica influirà notevolmente sul valore degli immobili nelle zone costiere, con ripercussioni non solo insediative ma anche patrimoniali, finanziarie e assicurative, come emerso recentemente nel dibattito sull’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali. Senza contare che la gestione e governance delle coste italiane emerge dal Rapporto come un ambito caratterizzato da frammentazione amministrativa, moltiplicazione dei livelli di governo, scarsa efficacia dei sistemi di controllo e sanzione, oltre che da una cultura della manutenzione ordinaria del territorio che deve crescere.