

L’allarme per l’erosione costiera non conosce sosta ma si vedono nuovi soggetti sul campo e il monitoraggio diventa una responsabilità della comunità. I lungomare e le aree costiere come interfaccia vitale tra terra e mare sono ambienti che, se adeguatamente considerati, possono accompagnare e innescare la riqualificazione e la crescita di un intero territorio. Ma per la loro natura di “frontiera” mobile, questi ambiti sono estremamente delicati. L’arretramento della linea di costa è una minaccia diretta non solo per gli habitat naturali, ma anche per gli insediamenti urbani, le infrastrutture produttive e il turismo, con un potenziale impatto economico significativo. Secondo i dati più recenti di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), sono ben 644 i Comuni italiani che presentano “alti tassi di erosione” delle coste, con 54 di essi che superano il 50%, raggiungendo anche picchi dell’80-90%.
Per affrontare questa sfida in evoluzione, l’innovazione non può prescindere dal coinvolgimento attivo della comunità. Un esempio virtuoso è l’attività di monitoraggio della linea di costa portata avanti dall’Università di Genova nell’ambito del progetto PNRR Return, in collaborazione con l’associazione Genova Ocean Agorà e il progetto internazionale CoastSnap (condiviso dall’UNSW Water Research Laboratory di Sydney). Questa iniziativa è un brillante esempio di citizen science, il cui fulcro è un semplice gesto: scattare una fotografia. Su due spiagge genovesi molto vissute, Sturla e Quinto, sono stati installati dei totem. Il cittadino appoggia lo smartphone, scatta una foto del litorale e la invia tramite QR code.
Il professor Giovanni Besio, ordinario del Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica e Ambientale (DICCA) dell’Università di Genova e responsabile dell’attività nell’ambito della Fondazione Return, spiega la metodologia con chiarezza: “In questo modo, le foto vengono scattate sempre dalla stessa posizione e altezza. Una volta raccolte, noi elaboriamo le foto con algoritmi di machine learning, in modo da poterle usare per costruire uno storico della linea di costa. Poi incrociamo le immagini con modelli di simulazione del moto ondoso, il principale agente erosivo”. Questa combinazione di dati empirici (le immagini) e modellistici (il moto ondoso) è cruciale per comprendere non solo cosa stia succedendo sulla spiaggia, ma soprattutto il perché. Consente, per esempio, di associare l’arretramento della costa a una specifica combinazione di altezza e direzione d’onda.
L’erosione costiera è un fenomeno naturale, ma la sua accelerazione è indubbiamente influenzata dall’azione umana. Il professor Besio evidenzia le cause strutturali: “L’erosione costiera è un processo naturale, influenzato però dalle nostre attività. Le dighe, per esempio, trattengono i sedimenti che i fiumi dovrebbero trasportare fino al mare, impoverendo le spiagge. Anche l’urbanizzazione e la costruzione di infrastrutture implica l’interruzione del trasporto dei sedimenti naturali verso la costa”. In questo contesto bisogna aggiungere l’elemento amplificatore della crisi climatica, con l’innalzamento del livello del mare che determina un inevitabile arretramento della linea di costa. Il nostro Paese, circondato dal mare, è particolarmente vulnerabile: uno studio recente suggerisce che fino al 70% delle spiagge italiane potrebbe essere coinvolto dall’erosione nei prossimi 25 anni. La raccolta sistematica di dati da parte della cittadinanza si pone proprio in quest’ottica: più informazioni si ottengono sui processi complessi, meglio si riesce a comprenderli.
L’iniziativa di Genova sta riscontrando un buon successo, con l’intenzione di espandere le postazioni di scatto per raccogliere dati sullo stato di salute di altre spiagge. L’immediato risvolto pratico di questa ricerca di base è l’identificazione e l’adozione di misure di prevenzione efficaci, che spaziano dagli interventi strutturali (come barriere frangiflutto) a soluzioni nature-based (come il ripristino delle dune). Il vero nodo, tuttavia, rimane spesso la sua attuazione. Come sottolinea il professor Besio: “Le strategie non mancano. Ciò che manca, invece, è ancora troppo spesso la loro adozione. In altre parole, mancano il passaggio politico e la capacità di pianificare in un’ottica di scala ampia, superando approcci locali e frammentati”. L’integrazione tra la semplicità della citizen science e la sofisticatezza del machine learning offre oggi uno strumento potente e democratico per monitorare il nostro fragile patrimonio costiero. La sfida è ora trasformare questo dato scientifico e condiviso in una pianificazione strategica e politica che tuteli concretamente i nostri litorali.